L’ALTERNANZA DI TEORIA E PRATICA:
UNA COSTANTE DELL’INSEGNANTE RIFLESSIVO IN FORMAZIONE

Questo breve intervento vuole illustrare la realizzazione del tirocinio universitario nella nostra scuola, la forza che esso ha assunto in questi quattro anni come motore di riflessione sul nostro percorso formativo.
La presenza di futuri insegnanti è una presenza che non concede sconti, che mette in moto pensieri e azioni, che puntualizza e modifica pratiche già codificate.
Partendo da una contestualizzazione storica, che illustra il rapporto della scuola Rinnovata con il tirocinio, si è passati poi ad interpellare i vari attori di questa formazione, ognuno dei quali ha partecipato definendo la propria posizione e articolandola in una dimensione dialettica con gli altri.

La visione è quella di uno spaccato della nostra scuola, in cui contemporaneamente, come in un puzzle, pluralità di figure agiscono e si mettono in gioco. La specificità dei singoli interventi (bambini, studenti, tutor, dirigente, supervisore) non deve però mai farci scordare l’accordo e la partecipazione che stanno alla base di questo cammino. Come in un’orchestra ognuno ha di fronte il proprio spartito, sa che cosa deve suonare, ma la musica per potersi definire ed eseguire al meglio, senza anticipi e senza stonature, deve essere innanzitutto conosciuta da tutti e profondamente condivisa. Il tirocinio è un banco di prova in cui non vengono semplicemente passati dei contenuti agli studenti, gli attori di questo processo entrano in una relazione che implica ricerca e modificazione. Un primo passo, anche se a volte inconsapevole, è quello di riflessione sull’idea che si ha di insegnante e di bambino.

L’accogliere in classe uno studente, e la conseguente relazione che si instaurata con lui, porta naturalmente ad approfondire e a riflettere sulla propria idea di professionalità. Ripercorriamo ora, come in un breve viaggio nel passato, il tirocinio che si è realizzato lungo il corso degli anni nella nostra scuola, lasciando poi la parola agli attori che hanno interagito in questo progetto.

LA SCUOLA RINNOVATA E IL TIROCINIO

Nella scuola elementare Rinnovata[1], come in tutte le scuole a metodo, l’esperienza di tirocinio è sempre stata una pratica definita, innanzitutto per la realizzazione del corso Pizzigoni, strumento principe di formazione per gli insegnanti che entravano nella nostra scuola.

Da sempre accoglienza, tirocinio, coniugazione tra pratica e teoria, si rincorrevano nei corridoi della scuola, con il camminare di insegnanti “esperti” e insegnanti “esordienti” e, ribaltando l’ottica di lettura e il punto di vista, erano proprio gli insegnanti tirocinanti a rimettere in discussione una pratica già formalizzata, ponendo la curiosità di uno sguardo nuovo, rimettendo in circolo la linfa vitale di un nuovo inizio.

Il corso si articolava in una costante alternanza tra lezioni teoriche, gestite da pedagogisti e da insegnanti della scuola, e immersione nella pratica didattica delle cinque classi; lo studente aveva così una panoramica del metodo applicato dalla prima fino alla quinta elementare[2]. In seguito al mancato rinnovo del decreto di fattibilità del corso, l’ospitalità è stata offerta costantemente agli Istituti Magistrali e ai Licei Psicopedagogici. Il tirocinio, in questo caso si sostanziava in un momento di visita diretta alla struttura scolastica e a qualche laboratorio, molte volte senza una riflessione approfondita sull’esperienza vissuta.

Con il modificarsi della legge[3] la scuola si è aperta al tirocinio universitario, che si è presentato con caratteristiche diverse dai precedenti tirocini, comportando un percorso molto più articolato e differenziato in ogni sua annualità. Dall’osservazione mirata alle relazioni, a spazi e a materiali, ad un pensiero orientato verso le attività didattiche e le discipline, alla compartecipazione condivisa con il tutor, fino alla gestione autonoma di alcune parti di percorsi e, in alcuni casi, alla progettualità e alla realizzazione di interi progetti documentati dalle relazioni finali. La conoscenza e l’attività realizzata a scuola sono state ogni volta contestualizzate[4] e poste in relazione con altri saperi, discusse e condivise nel gruppo di supervisione in un confronto costante con gli altri studenti.

Il tirocinio è diventato in questo modo non più un luogo di formazione statica e conclusiva, ma un luogo aperto dove è possibile sempre un ritorno e una modifica. Alla base di questo cambiamento c’è tra le altre cose la valorizzazione del nuovo insegnante come del portatore di una cultura nuova e forse più approfondita, che però ha la necessità di confrontarsi con la pratica e la quotidianità in un rimando costante, insieme alla volontà di rendere patrimonio culturale quello che è esperienza pratica. Patrimonio inteso come esperienza condivisibile, ripetibile e modificabile affrancata dalla solitudine e dalla irripetibilità dell’atto.

LA VOCE DEI BAMBINI

Per indagare sull’idea che i bambini si fanno del tirocinante e sul perché venga a scuola sono state poste alcune domande in una classe terza[5]. Si tratta dell’inizio di una ricerca[6] che continuerà durante tutto l’anno e che per il momento non ha alcuna pretesa di completezza. Le risposte ci illuminano, però, su un immaginario relativo allo studente-tirocinante ed al “buon”maestro, che è ben delineato nella mente dei bambini.

Secondo te perché i tirocinanti vengono a scuola?

"Gli studenti vengono a scuola perché devono diventare maestri." "Perché devono imparare come trattare i bambini." "Gli studenti vengono a scuola per fare delle prove con i bambini." "Per vedere i bambini e vedere da un’altra maestra che lo fa." "Per studiare." "Per imparare a comportarsi da maestro." "E’ importante che vedano i bambini e come si comportano." "Vanno a scuola per imparare a studiare delle cose difficilissime e diventare più bravi." "Gli studenti vengono a scuola perché vogliono imparare."

Che cosa deve fare un buon maestro?

"Un buon maestro deve insegnare le cose ai bambini." "Essere simpatico e intellettuale." "Un buon maestro deve essere serio, amichevole e gentile." "Deve conoscere." "Deve insegnare bene, vuol dire ripetere più volte, spiegare ogni volta che qualcuno non ha capito, essere paziente." "Dovrebbe non solo sentire i consigli della maestra (esperta), ma anche fare quello che gli viene in mente per essere bravo." "Deve far studiare." "Il maestro deve diventare amico dei bambini." "Deve sgridare i bambini. Essere buono quando serve e severo quando serve." "Fare giocare i bambini, farli studiare, ma anche fargli capire che è importante rispettarsi, se no si ammazzano di botte." "Un bravo maestro deve fare pratica con dei maestri professionisti." "Un buon maestro deve essere gentile e bravo."

Che cosa consiglieresti a chi deve diventare maestro?

"C’è bisogno di lavorare sodo. Io gli consiglierei di farsi coraggio e di fare lavori divertenti, così ai bambini li fai divertire." "Di insegnare bene." "Gli consiglierei di stare attento e sfruttare le sue idee." "Deve ascoltare un maestro (più esperto)." "Gli consiglierei di ricordare quando era alunno." "Imparare a comportarsi bene. "Gli consiglierei di essere bravo alle elementari, medie e superiori e poi di essere bravo in tutte le materie." "Io gli consiglierei di cercare di non arrabbiarsi con i bambini."

LA VOCE DI UNO STUDENTE

La scelta di uno studente a cui affidare la parola, non è stata facile. Sono già quattro le relazioni finali che si sono realizzate con il tirocinio attuato nella scuola. Moltissimi studenti delle varie annualità sono stati e sono accolti. Si è pensato, pertanto, di interpellare chi ha iniziato ora l’esperienza del quarto anno ed è nel pieno della sua avventura. Parla Gabriele Santamaria[7]:“Il tirocinio effettuato a scuola è stato senz’altro una delle esperienze più formative dell’intero corso di laurea, poiché mi ha consentito di “provarmi” sul campo, dandomi la possibilità di sperimentare le mie capacità in ambiente “protetto”. Il tirocinio mi ha consentito di capire più profondamente la realtà e il funzionamento della scuola, cosa che sarebbe risultata più nebulosa se lo studio si fosse fermato alla semplice teoria contenuta nei libri.

Fondamentale è stata la presenza del tutor. Sono stato molto fortunato, perché mi è sempre capitato di incontrare insegnanti tutor molto professionali e realmente “innamorati” del loro lavoro. Una, tra questi insegnanti, è anzi diventata per me una figura importantissima nella mia formazione, poiché, osservandola al lavoro e facendo tesoro dei suoi consigli, quando ero io a realizzare alcune attività con i bambini, credo di aver imparato moltissimo in relazione alla gestione della classe e ad un certo modo democratico e non direttivo di insegnare. Molto ha contato anche il gruppo di supervisione, sia per la preparazione, sia per la rielaborazione dell’esperienza effettuata in classe. Il confronto tra studenti, che ci è stato consentito in queste riunioni, ha permesso di sollevare discussioni formative a partire da racconti di fatti concreti accaduti nelle classi.”

LA VOCE DI UNA TUTOR

Anche in questo caso l’individuazione del tutor a cui dar voce non è stata semplice, si è privilegiata un’insegnante che avesse sperimentato tutte le annualità del tirocinio universitario, compreso l’ultimo anno con relazione finale. Parla Anna De Luca, insegnante della prima C, che ha accolto nella sua classe, durante questi anni, cinque studenti universitari, alcune relazioni finali in ambito linguistico sono state realizzate grazie al suo contributo[8]:

“La disponibilità a ricevere in classe gli studenti tirocinanti è nata da un’esperienza, anzi dal RICORDO di un’esperienza di tirocinio: il mio.

Durante gli anni delle superiori, in particolare all’ultimo anno, la professoressa di tirocinio ci portava a visitare varie scuole e in alcune provavamo a fare le prime esperienze attive con i bambini. Non tutte queste visite sono state positive, non tutte le attività pratiche svolte con i bambini sono state un “successo”, non tutte le insegnanti che ci accoglievano lo facevano volentieri, ma tutto l’insieme di queste esperienze mi ha formato come insegnante. Ciò che di positivo ho potuto intravedere nelle lezioni a cui ho assistito, l’ho utilizzato, potenziato, arricchito; tutto ciò che soggettivamente reputavo negativo, o perlomeno non conforme alle mie modalità, l’ho comunque trasformato, modificato, e quindi, in qualche modo, riutilizzato.

Il tirocinio svolto in Rinnovata, poi, quello obbligatorio per conseguire il titolo per l’insegnamento in questa scuola di metodo, è stata per me un’esperienza totalmente positiva, coinvolgente, arricchente. Ho notato che per molti studenti della facoltà di Scienze della Formazione Primaria, al primo anno, il tirocinio è l’unica opportunità per entrare a contatto i bambini nell’ambito scolastico. I bambini diventano allora…questi sconosciuti, fanno un po’ di paura al novello maestro che li vede con occhi distaccati, quasi clinici, cercando di ricordare la tal teoria che ha appena studiato o la tal regola che ha osservato lui stesso da studente. Cercando nei ricordi di studente elementare e nella memoria degli studi appena fatti il nuovo maestro si improvvisa educatore, pedagogista, psicologo, comunicatore, creatore, fantasista e .tanto altro. L’arte dell’improvvisazione è, a dispetto del termine, un’arte fine, studiata, precisa, che proviene da tanta esperienza.

Torno, appunto, all’esperienza: solo entrando in una classe, osservando, intervenendo, discutendo con l’insegnante, scambiandosi opinioni, teorie e convinzioni, confrontandosi con la realtà quotidiana, fatta non solo di teoria ma di tanta pratica, parlando con i bambini, provando a lavorare con loro, cercando modalità diverse, strategie alternative, attingendo a materiali diversi, studiando, sì, ma anche sperimentando attivamente ciò che si è appreso ecco, solo con questa pratica, con questo tipo di esperienza il maestro entrerà nella sua classe con una percezione giusta dell’insegnamento, del ruolo dell’insegnante, dei contenuti da trasmettere, dell’attore principale di tutta la sua azione: il bambino.

In questi anni ho voluto dare ai ragazzi questa opportunità, senza creare per loro falsi spazi, lezioni fasulle o bambini scimmiottanti ed indottrinati. Quello che hanno visto è stata l’esatta realtà, bella o brutta che fosse, e con essa si sono confrontati. A loro l’impressione finale: che sia stata positiva o meno spero che da questa esperienza sapranno imparare, come ho fatto io a mia volta.

Concludo affermando, senza tema di esagerare, che l'esperienza del tirocinio è stata positiva anche per me e penso lo possa essere per qualsiasi insegnante
di ruolo che non si deve sentire assolutamente sotto controllo, sotto osservazione ed oggetto di critiche o riflessioni negative. Penso, infatti, che mettendosi
in una posizione non di difesa ma di scambio reciproco, l'insegnante possa riscoprire, grazie proprio a questi ragazzi, il gusto della ricerca, l'entusiasmo
della "prima volta in una classe", la voglia ed il coraggio di mettersi sempre in gioco ed in discussione in virtù della consapevolezza che l'insegnamento
non è mai qualcosa di precostituito, di chiuso, di finito ma, al contrario, è un processo in continuo divenire, in trasformazione, fatto anche di ripensamenti,
di rivalutazioni, sempre nell'ottica ed in previsione di un  miglioramento.”

LA VOCE DEL DIRIGENTE

Parla Giorgio Galanti, dirigente della Rinnovata. Questo è il primo anno in cui ricopre questo ruolo [destinato ad altra sede nel giugno 2004 - ndr], ma da subito l’interesse per il tirocinio e la voglia di creare un rapporto costante e produttivo con l’Università ha caratterizzato la sua attività. Una grande speranza è quella anche di poter ridar vita al corso Pizzigoni, in accordo con gli atenei:

“L’esperienza del tirocinio è il luogo dell’esperienza professionale dove si stemperano i concetti di teoria e di pratica per dar vita a un apprendimento complesso del corpo, della mente e dello spirito. Un apprendimento la cui ricchezza sta nel flusso continuo di significati, di intersezioni di livelli comunicativi, nella compresenza di galassie di linguaggi paralleli e coincidenti.

Come nella bottega artigiana rinascimentale il clima laboratoriale, sotto l’attenta regia del maestro, costituiva di per sé l’esperienza nella quale l’artigianato si trasformava in arte, così all’interno della vita della classe, il contatto con quel mondo infantile in costante evoluzione e cambiamento, l’immersione in quel coriandolare di pensieri e parole, e il lasciarsi teneramente andare ad assorbirlo restituisce tout court il materiale dell’arte di insegnare.

Ed è lì in quel luogo produttore di sensi e di relazioni dove i ricchi mondi interiori dell’infanzia sono sorgente senza fine di modelli di pensiero, è lì in quello spazio dell’avventura della mente che l’ospite impara a seguire i ruscelli, a guadare i fiumiciattoli, a governare la propria sensibilità per farne strumento principe di esperienza e di apprendimento. Far tirocinio è scegliere continuamente il flusso da seguire, il film da osservare, la pelle da toccare, far tirocinio è lasciare che i discorsi, le idee, le riflessioni di chi parla di pedagogia siano sfondo integratore per un’esperienza a più voci.

Nella “bottega” è inoltre necessario che il maestro, più spesso la maestra, accolga profondamente il giovane apprendista. Che lasci scorrere il fiume della relazione, delle relazioni senza interromperlo, immaginandosi sì osservata ma mai giudicata, mostrandosi nelle sue naturali modalità di interazione con la classe consapevole della forza che la verità, nell’insegnamento come nella vita, sprigiona verso ogni attento osservatore e ascoltatore.

Quando, in una classe, quella maestra incontra quel giovane apprendista, si instaura un clima in cui il fare si sviluppa naturalmente, il gruppo si orienta verso la positività, le idee scorrono vive. E proprio questo flusso di idee, di ricerca comune, di esperienza condivisa nel conoscere è fare scuola,

il giovane di bottega impara a coltivare la sua personalità insieme agli altri allievi, nell’attenzione alle diversità, nel rispetto di sé e degli altri individui, nella ricerca, incessante, di sensi e sentimenti.

Un dirigente scolastico sa bene che il motore della scuola sono gli insegnanti, qualche tempo fa poteva ancora dire “i miei insegnanti”, conosce bene l’importanza della loro formazione, della loro motivazione, del loro impegno. E sa anche bene che la presenza di giovani tirocinanti nella scuola, quel vento di voglia di conoscere, quelle nuove idee trasportate dai luoghi dello studio accademico, quel girovagare di facce nuove alla ricerca della classe è un vortice di novità anche per la scuola, è un’occasione importante per riprendere le misure del proprio insegnare, per ascoltarsi da fuori di sé, come in un registratore dove la voce è sempre diversa da quella che conosciamo da “dentro”. E’ il miglior modo, per la scuola e per i suoi adulti, di riconoscersi nuovi, di accettare il mutamento, di incontrare il futuro.”

LA VOCE DEL SUPERVISORE

Ecco ora le mie considerazioni in qualità di insegnante in Rinnovata e di supervisore a tempo parziale[9]:

“Ripensando a questi quattro anni di lavoro, suddiviso tra scuola elementare e Università, mi sento arricchita e fortunata per aver avuto l’opportunità di entrare a contatto con tante realtà scolastiche cariche di cultura e di riflessione pedagogica, fortunata anche per una formazione che mi ha coinvolto in prima persona, obbligandomi a riflettere sulla mia storia professionale e permettendomi di crescere. L’incontro con questo mondo universitario, dai professori, agli studenti, dai direttori, agli altri supervisori, è stato un’occasione formativa per me più forte di una seconda laurea. Un’apertura e una rimessa in gioco reale. Il percorso di formazione del futuro insegnante ci ha coinvolto in prima persona, e si è creato in cammino, interrogandoci sulle modalità di attuazione e prevedendo una stringente combinazione tra teoria e pratica, insieme alla creazione di un’abitudine a rapportarsi con quella che a prima vista potrebbe sembrare una doppia realtà e che invece è la costante del lavoro di ogni insegnante.

L’impostazione dello stesso Corso di laurea è data dal confluire di più esperienze, fornite dai corsi, dai laboratori, dal tirocinio ed anche qui non è mai solo la teoria a presentarsi sganciata dall’esperienza, né l’esperienza a primeggiare fornendo facili ricette.

L’ottica in cui si inserisce questo percorso universitario è un’ottica laboratoriale in cui:

L’etimologia di “laboratorio” – dal verbo latino laborare – indica come esso sia un luogo di lavoro che intrattiene un rapporto di circolarità con la teoria: l’attività empirica è orientata da un costrutto teorico che, a sua volta, può essere corretto o integrato sulla base dei risultati sperimentali.[10]

L’abitudine ad una dialetticità del sapere, ad una ricerca personale che evita risoluzioni precostituite, permette allo studente di trovare in sé una propria soluzione sempre vissuta come ipotesi da verificare[11]. Tutto questo per cogliere appieno la complessità dell’atto educativo evitando qualsiasi tipo di semplificazione riduttivistica.

L’interesse è per un modo di fare scuola aperto a stimoli esterni, mai irrigidito su se stesso in una pratica ripetitiva e rassicurante.

Questa produttiva mediazione tra teoria e prassi si concretizza nel rapporto di costante interscambio tra scuola ed università. Fisicamente lo studente si reca in più luoghi (università, varie sedi dei laboratori, scuole dell’infanzia e scuole elementari) [12], attribuendo ad ogni spazio la stessa dignità, ed il compito del supervisore a tempo parziale diventa quello di essere collante tra più realtà, in un lavoro di conciliazione e di verifica tra il proprio operato in classe, le ipotesi proposte dall’università e la varietà delle offerte scolastiche incontrate. La centralità del rapporto con i bambini non permette “sconti” o teorizzazioni astratte, ogni posizione teorica impatta fortemente nella pratica ed ognuno di noi supervisori, lavorando costantemente in queste due realtà: università e scuola, mantiene un doppio sguardo che necessita coerenza e rigore professionale.

E’ in questa ottica che il rapporto dell’Università con la scuola diviene l’elemento fondante del percorso formativo di ogni studente. La scuola[13] si fa luogo della concretizzazione di ogni teoria, il momento necessario per ogni verifica che ingloba il proprio pensiero pedagogico e la propria ipotesi di insegnamento.

In Rinnovata l’esperienza del tirocinio universitario è stata accolta positivamente, molti insegnanti si sono auto-segnalati per ospitare gli studenti, attenti alle nuove richieste formulate dall’Università. Il tirocinio, da subito, si è mostrato diverso rispetto alla pratica degli Istituti magistrali, non più grandi numeri, presenza di un solo studente realmente motivato per classe, differenziazione delle esperienze di tirocinio negli anni. Ho cercato in questi anni di non sovraffaticare gli insegnanti disponibili, e di rispettare la volontà personale di accogliere o meno qualcuno in classe, ponendo questa esperienza come scelta individuale, in primo luogo, condivisa e concordabile con il team di lavoro. In un prossimo futuro, in un’ottica di formazione continua, spero che l’Università possa mantenersi sempre il referente prioritario con cui la scuola si può rapportare, una specie di grande laboratorio in cui le buone pratiche hanno voce e possibilità di costante raffronto. Un luogo di una cultura attiva, aperto all’incontro, al confronto e alla modifica.”

Franca Zuccoli - primavera 2004
Insegnante della Rinnovata e supervisore al tirocinio e
cultore della materia in Didattica generale
all'Università della Bicocca di Milano
Membro del Direttivo dell'Opera Pizzigoni


[1] La scuola Rinnovata attua il Metodo Pizzigoni concepito, all’inizio del secolo, insieme alla struttura stessa della scuola dalla sua fondatrice Giuseppina Pizzigoni (nata a Milano il 21 marzo 1870 e morta a Saronno il 5 agosto 1947). Senza alcuna pretesa di esaustività riportiamo qui di seguito due frasi che possono semplicemente delineare il pensiero della fondatrice, rimandando per una ricerca più accurata ai suoi testi, tra i quali, si segnalano: G. Pizzigoni, Le mie lezioni ai Maestri delle Scuole Elementari d’Italia,La Scuola editrice, Brescia, 1971 sesta edizione, (I ediz. 1931); Linee fondamentali e programmi e altri scritti, La Scuola editrice, Brescia, 1956 (in questo ultimo testo sono stati riuniti vari scritti). “Avrei, è vero, potuto scrivere in un volume le mie idee, ho preferito fare una scuola, sicura che il fatto compiuto e imponente sarebbe stato più persuasivo che non le parole”.”Il mio pensiero pedagogico? E’ necessario crescere i nostri ragazzi forti fisicamente e spiritualmente; crescerli buoni e anche istruiti. E’necessario allargare il nostro concetto di scuola fino a sentire che scuola è il mondo. E’ necessario convincersi che ogni cosa, ogni fatto, ogni uomo che venga a contatto col bambino gli è maestro. (…) E’ necessario sostituire al verbalismo scolastico l’esperienza personale del ragazzo, quale mezzo di apprendimento; esperienza guidata del maestro sui centri spontanei di interesse per il bambino, quali: il lavoro in genere, la ricerca individuale, la terra, gli animali, le piante; la verità sempre.” Dal primo testo citato pp. 26-27.

[2] Il corso organizzato, dall’Opera Pizzigoni, era annuale e prevedeva almeno centottanta ore di attività suddivise tra lezioni teoriche, esercitazioni pratiche e tirocinio. Il corso era riservato agli insegnanti elementari; le lezioni si svolgevano nelle aule, nei laboratori e nell’azienda agricola della scuola Rinnovata.

[3] Per una panoramica storica dell’iter legislativo vedi Giunio Luzzatto, Insegnare ad insegnare. I nuovi corsi universitari per la formazione dei docenti, Carocci, Roma, 1999 e Cosimo Scaglioso, “Il laboratorio: premesse e condizioni”, pp.75-118 in La Scuola e l’Università nella formazione primaria degli insegnanti. Il Tirocinio e il Laboratorio,a cura di Gino Dalle Fratte, Franco Angeli, Milano, 1998.

Per un confronto sulla formazione iniziale degli insegnanti in Europa vedi CO.N.C.U.R.E.D. Conferenza Nazionale dei Centri Universitari per la Ricerca Educativa e Didattica, Insegnanti in Europa, Angeli, Milano, 2001.

[4] “La conoscenza è conoscenza solo in quanto organizzazione, solo in quanto messa in relazione e in contesto delle informazioni.” Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero,(titolo originale La tête bien faite, 1999 Seul), Cortina, Milano, 2000, p. 9.

[5] Si è scelta una classe che non avesse mai avuto tirocinanti, ma che avesse visto alcuni studenti recarsi nelle classi vicine, questo per poter lavorare meglio su un’idea immaginata. Le domande sono state poste per iscritto, senza alcuna discussione preventiva. La classe che ha risposto è la classe 3ª E (28/10/2003).

[6] La ricerca prevederà il monitoraggio durante tutto l’anno scolastico 2003/2004 delle esperienze di tirocinio svolte a scuola, ecco, in breve, alcuni dei punti salienti previsti da questo percorso: un iniziale tavolo di confronto in cui i vari attori (studenti, tutor, supervisori, direttore) si confronteranno, un’indagine con questionari, un’esposizione delle relazioni finali già realizzate o in corso d’opera nella scuola, per arrivare ad una progettazione del tirocinio mirata ai bisogni della scuola e fusa con le proposte dell’Università.

[7] Si è qui riportata la voce di un solo studente, la tabulazione di tutte le risposte avverrà durante questo anno. Le domande poste agli studenti sono state queste: Quanto ha contato nella tua esperienza universitaria il tirocinio effettuato nella scuola? Quanto è stata importante la figura del tutor? Cosa c’è stato di positivo? Cosa di negativo? Quanto il gruppo di supervisione e il confronto tra pari (studenti) ha influito nella tua crescita personale e professionale? Suggerimenti per l’Università. Gabriele Santamaria è attualmente presso la scuola per effettuare il tirocinio del quarto anno e la relazione finale con la docente professoressa Elisabetta Nigris.

[8] Proprio da questa esperienza e dal valore della attività in classe è scaturita la proposta della professoressa Giovanna Benvenuti, docente di letteratura italiana, di chiedere all’insegnante di organizzare alcuni laboratori per gli studenti all’Università. I titoli dei due laboratori, di questo anno accademico 2003-2004, sono: Educazione sensoriale per insegnare poesia nel primo ciclo della scuola elementare e La letteratura dei grandi per i piccoli. Questo fatto permette di cogliere una circolarità costante nei rapporti tra scuola ed Università, laddove delle buone pratiche vengono realizzate sono poi gli stessi studenti a farsene garanti, portando in Università la ricchezza di quanto hanno incontrato, e proponendolo ai professori.

[9] Mi pare anche importante sottolineare, per la mia storia professionale, la positività di una scelta che mi ha permesso di non staccarmi dalla scuola, continuando ad insegnare ai bambini, e nel contempo aprirmi ad un mondo diverso e molto ricco come quello dell’Università. Ogni pensiero teorico ha dovuto sempre ridefinirsi nella pratica scolastica.

[10] Emma Nardi, Un laboratorio per la didattica museale, Edizioni Seam, Roma, 1999,p.11. La citazione del brano di Emma Nardi è riferita alla didattica museale, ma, a mio parere, può e deve essere mutuata anche a tutto il percorso universitario di Scienze della formazione primaria.

[11] Mi sembra interessante inserire qui, per una maggiore contestualizzazione, un brano tratto da Edgar Morin, La testa ben fatta, Raffaello Cortina editore, p.16. L’educazione deve favorire l’attitudine generale della mente a porre e a risolvere i problemi e correlativamente deve stimolare il pieno impiego dell’intelligenza generale.(…) Lo sviluppo dell’intelligenza generale richiede di legare il suo esercizio al dubbio, lievito di ogni attività critica(…).

[12] A) L’interazione “teoria-pratica-teoria” e “pratica-teoria-pratica” – che presiede alla determinazione degli insegnamenti universitari costituenti la struttura, per così dire-contenutistica del Corso di laurea - trova nel tirocinio e nei laboratori i luoghi privilegiati della propria espressione; B) il tirocinio va inteso come modalità attraverso la quale l’università entra nella scuola. Esso rappresenta un percorso peculiare di elaborazione del sapere didattico che confluisce, per così dire, nel sapere teorico degli insegnamenti C) il laboratorio va inteso come luogo/struttura in cui la scuola entra nell’università. Esso rappresenta, tra l’altro, un percorso peculiare di elaborazione del sapere teorico degli insegnamenti; (…) in Gino Dalle Fratte, “La formazione universitaria degli insegnanti. Saperi, tirocinio, laboratorio”, p.52, in La Scuola e l’Università nella formazione primaria degli insegnanti. Il Tirocinio e il Laboratorio,a cura di Gino Dalle Fratte, Franco Angeli, Milano, 1998.

[13] La scuola deve essere intesa in tutta la sua complessità, come viene  ben tratteggiato nella premessa di Quella volta che ho imparato di Laura Formenti e Ivano Gamelli, Cortina,  Milano, 1998 “La famiglia, la scuola, la formazione, la ricerca sono luoghi dove si intrecciano, si interrogano e si studiano storie. Non sono però “dati”, ma in se stessi luoghi plurimi, irriducibili, densi di significati variabili secondo la punteggiatura che ne vogliamo dare (…)”p.2.

I.C. Rinnovata Pizzigoni

il film "La mia scuola"

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