GIUSEPPINA PIZZIGONI

LA STORIA
DELLA MIA ESPERIENZA

o

Come l'Autrice vide nel suo spirito il rinnovamento
della Scuola Elementare d'Italia

1946

Ufficio di Propaganda dell'Opera Pizzigoni

 

CAPITOLO I

Io

Fui ribelle. Angusta mi era la casa. I sogni più arditi erano i miei.
Irrequieta, triste, vibrante, appassionata, mi ripugnava la vita monotona di tutti i giorni: quella vita che una saggia madre fa intorno ai suoi figli. E piansi molto e conobbi le insonnie, e mi contorsi le mani, e con esse il cuore. Mia madre soffrì per me, lo sentii; mia madre pianse per me, lo vidi. Per quelle lacrime io morsi il freno e soffocai la mia anima. Oggi la madre non è più. L'ho baciata, calma, nel mio dolore. L'unica forza più forte della mia fu quella di mia madre.

All'Asilo infantile

E’ gran festa. Tutti i bimbi ricevono un premio. Premio? Perché? Eh, chi lo sa! Usanza strana quella di premiare chi nulla, proprio nulla ha fatto di speciale!

Sono chiamata a ricevere il mio premio. Mi avvicino alla direttrice, afferro un gran foglio su cui una corona di fiori racchiude parole di lode per «la bambina Giuseppina Pizzigoni» e torno al mio posto. Mi guardo in giro.

Tutte le bimbe e tutti i bimbi hanno un foglio come il mio. Non istò a pensare: strappo il foglio in due parti, e allorquando rientro in casa, accompagnata dalla domestica esterefatta, corro dalla mamma, gridando:

«Mamma! Tutti i bambini hanno ricevuto un premio; ma io due!».

Accenti strani

Che avrebbe detto la scienza di me, piccina, che alle esortazioni di mia madre: «Sii buona!» rispondevo con linguaggio puerile, ma con decisa fierezza: «No! mi cempa chitiva?» (No! Io sempre cattiva!).
E più tardi, allorqu'ando con improvviso impulso, inscenavo comiche tragedie per non fare una visita, per non parlare con certe persone? Già! mi sentivo male, mi dibattevo, e tutti in casa si viveva la rappresentazione tragica di un malore acuto. E lì cure, carezze, parole inducenti la calma nel mio povero spirito inquieto. Cioè: le parole erano per il malore fisico; lo spirito mio rimaneva solo a dibattersi, a contorcersi, stupito di sè stesso, sarcastico con chi cadeva in trappola. Oh! come ero sola e malata allora!
Il perché?
E perché se in visita con la mamma mi veniva offerto un dolce, io mi schernivo dapprima con timide parole, poi con frasi secche, e poi irate, fino a pianger forte col grido nel pianto:
«No! non voglio!»? E tanto volentieri, ricordo, avrei messi i denti in quei dolci!
«Anormale» si conclude oggi!

Nel 1879

«Perché te ne stai sola, appoggiata a quell'albero?».
Così la maestra di scuola a me.
«Gioca con le compagne! discorri, ridi con loro!».
«No, non mi interessa! Nessuna mi piace! Non so che cosa dir loro! Non ho voglia di ridere, io!». E rimanevo, per quanto era lunga la ricreazione avvinghiata a un grande albero del cortile. Mi sentivo tristissima, con lo spirito lontano da tutta quella gente. La scuola? La odiavo! Sognavo il teatro: ripensavo e risentivo chiara e potente come quella sera in teatro la voce grave e vellutata della Marini. Là sarei corsa; da lei, per viverle vicino!
Come è bella quella giovane maestra, vestita di bianco! (Era invece assai brutta, ed io, solitamente, lo vedevo!). Ma quel giorno mi sembrò un’apparizione! Vestita di bianco, camminava sotto la chioma verde-tenero degli alberi del cortile illuminata or più, or meno, dai raggi del sole, che occhieggiava di tra le fronde.
Attratta da una forza, che in quell'ora mi dominò, tutta sola la seguii a distanza. Per me non era in quel momento la maestra, e neppure donna: era simbolo di bellezza. Mi sentivo rapita, e, finalmente, per un'ora, felice!

Nella scuola elementare

«Mamma, devo fare un componimento. Il tema è «Che cosa vedrà la luna?».
«Tutto vede la luna; ma è lungo da dire, e io non so tutto! Come devo cominciare? Che cosa devo dire? Come finire?». E con queste parole condannavo il sistema del tempo! E ancora:
La maestra a me : «Quanto fa il triplo di 7, aumentato del doppio di cinque, diminuito di 4 unità e diviso per 2?». Ed io, a pensare; arrivata però al «diminuito di 4» il mio cervello si rifiutava di seguire le parole della maestra, ed anzi dicevo a me stessa: «Vai, vai pure avanti! io non ti seguo più».
Ai richiami della maestra* sentivo il mio cervello vuoto e fermo. Non c'era caso che potessi rispondere.
A scuola ero la prima della classe e allorché lo dicevo a mia madre, mi sentivo rispondere.: «La tua è la classe degli asini!».

Prime insonnie

«Bimba, la mamma è a teatro col papà. Tu resti con me, ed ora vai a dormire».
«No! lo veglierò fino a quando la mamma tornerà».
E la vecchia zia di mio padre alla quale eravamo affidate per quella sera, metteva a letto le me sorelle, una di cinque anni, l'altra di 2.
lo rimanevo seduta ostinatamente alla tavola da pranzo, e facevo conti su conti per farmi il concetto del tempo necessario a mia madre per rimanere fuori di casa. E attendevo.
Tutti dormivano: aveva ceduto al sonno la vecchia zia sdraiata in una gran poltrona, ma i miei occhi, erano spalancati. Tutti i miei sensi interiori, vigili nell'attesa.
La piccolina si sveglia e piange. lo le sono accanto, e rifacendo la voce carezzevole della mamma, la riaddormento.
Rientrano papà e mamma: la vecchia zia è in piedi: tutti sono contro di me! E mi corico, finalmente! Ma più tardi sento il dormire calmo di ognuno: io sono sempre ad occhi aperti!

Adolescente

«Mamma, se vuoi che prenda cibo, dammi un dolce, che inzupperò in una conserva. Non ho fame! Vedi? Io soffro! Vorrei con un respiro fortissimo, buttar lontano il soffitto delle stanze, che mi opprime. Vorrei in groppa a un cavallo, andare per ore ed ore, lontano, lontano! Non so dove! Ma vorrei che il vento mi sferzasse il viso e scotesse i miei capelli sciolti. Vorrei inventare qualcosa che non c'è; vorrei quello che non ho, mamma,e che io non so che cosa sia! Soffro! Ecco tutto.
La mamma sospirava e a volte, chiamava il medico.

Volontà

Si cammina su di una strada provinciale: la mamma, io di 12 anni e una mia sorella di 3.
«Sono stanca!» dice la bimba, e piagnucola. Io, svelta, me la carico sulle spalle, e via, felice della mia forza. Dopo qualche tempo, avverto il rallentare della mia resistenza; ma, proprio allora, la vittoria mi si para davanti, e mi comanda. lo supero me stessa.
«Mettila a terra!» dice la madre.
«No! ancora un poco! Non sono stanca, io!».

* * *

Desideri, passioni che mi hanno via via presa l'anima con morso rovente incontrarono un giorno la mia volontà ferma, fredda, insormontabile. Ed io vinsi gli altri e me stessa; finchè un giorno, strenuamente combattuta per l'opera titanica intrapresa, invece di piangere, mi son sentita risvegliare la potenza di vincere!

***

Così dicevo, a vent'anni, ai miei amici: «lo considero tre fasi nella vita dell'uomo: vent'anni di preparazione a rendere; quarant'anni di rendimento; 10 anni di preparazione all'altra vita».
Mi si fece notare che Dio non è così categorico, e che la preparazione all'altra vita deve accompagnare tutte le età dell'uomo.
Già! A me Dio permise di attraversare il 1°e il 2°periodo senza una particolare cura per l'altra vita. Gli anni di rendimento furono molti e intensi: non ho nè rimpianti, nè rimorsi. Bruscamente ora il problema dell'altra vita mi si affaccia. E’ triste l'abbandono in cui l'anima vive; ma Dio non fu per me, nè denaro, nè onori, nè interessi umani. E Dio mi conforta, lo sento, in questa sera della vita. Egli dice all'anima mia: «Ricorda! unico conforto è sentirsi puri!».

Sogno

Tutti amano la strada maestra per il cammino libero, svelto, in faccia al sole; eppure tutti si è chiamati dal mistero delle stradicciole serpeggianti e ombrose, ove il piede cerca il piano; ove lo spirito cerca l'inaspettato, ove il sole si cela e scherza tra le fronde, e aumenta con le ombre varie la suggestiva sua luminosità. Il sogno? L'ideale? L'irraggiungibile? Al di là delle fronde, tra ramo e ramo, tra foglia e foglia, il cielo azzurro: superbo contrasto di colore! Il cielo!... L'immenso azzurro!
Perdersi in quel mare di colore splendente e libero: ecco il sogno. Al di qua, intorno a noi, gli alberi coi tronchi nodosi, coi rami intrecciantisi, con le chiome oscuranti il sole... Al di là il sogno; sotto la volta verde la realtà.
Il sogno va contemplato così: tra ramo e ramo, tra fronda e fronda. Il sogno è bene che resti sogno.

***

Giovinetta, il tuo cuore vive lontano: va sulla cima di un monte. Tu sei nella valle. Non è bene che tu salga la pendice: bene per te è rimanere qui giù. Perché, dunque, guardi lassù? Perché vagheggi la vita di lassù? La tua strada è qui, vicino al murmure di quest'acqua, che parla a te come già parlò ad altri, ad altri...; come parlerà per molto tempo a chi, come te, rimarrà seduto su questa pietra ad ascoltarne la voce. Il sogno è sogno! La vita non è sogno.
Se tu sali lassù pensi di godere? E se lassù fai piangere, godi tu?
In queste lotte dello spirito le lagrime mi inondano. Perché piangere? Non ho,io diritto alla gioia? Ma la vita non è gioia!
E il premio al mio soffrire?
C'è: sentirsi puri.
Anima ribelle ad ogni ritmo di vita; anima sognante austerità e deliri; anima anelante a libertà senza confine! Tu fosti messa al guinzaglio da una forza più forte di te: da tua madre.
Artista ti sentivi; da artista vivevi, perché soffrivi!...
Fosti poi senza equilibrio fra le persone calme, e cercasti, frugasti, ti contorcesti, trovasti, finalmente, una via di uscita alla tua vitalità esuberante e infranta, e capovolgesti irrequieta e potente la vita tua, e, con la tua, quella di altri e di altri... Fosti artista sempre : Dio lo volle, ma triste nella nuova tua vita. Fu dunque sacrificio il tuo? Sì, immenso!
Quale il conforto? Sentirsi pura!

Passioni multiple

Anima irrequieta, in cerca sempre del nuovo, in cerca dell'inaspettato; sognante il sogno, e illusa che il sogno possa divenire realtà: ecco che il bello ti attira: ed è una voce, una forma, uno sguardo: l'apparenza e la realtà di un mistero che ti attira e che accende in te forte passione. Sono passioni multiple, incalzantesi, che ti rubano e ti trattengono l’animo... per breve ora: finché dura la dolcezza della voce, la freschezza della forma, la profondità dello sguardo, il fascino del mistero. Subito dopo sei sola daccapo! Malcontenta, in cerca di qualche cosa che tu non sai definire, e che, forse, non c'è!
Una sola fedele compagna mi rimane accanto, le sue doti sono profonde, ed io resto.

***

Numeri e sogni: ideale e realtà; poesia di sogno e borghesia di vita; artista e impiegata: ecco la lotta diuturna.
Ma finalmente un giorno la mia vita è vita d'arte. L'ideale è realtà nell'esplicazione di quella vita che devo vivere per vivere!
E tu segni un'impronta; tu apri una strada nuova e la percorri in trionfo di spirito. E i bimbi vivono in festa la loro primavera per te. Godi! Fino a quando?
Sei travagliata di spirito: sei stanca, Altri ti segue. La realtà non è più il sogno! La realtà è la vita scialba e dimenticata: nulla di più dà, e nulla può dare. Tu lo senti, ti dibatti, ne piangi, resti sola.
La vita è di un'ora!

Contrasti di spirito

Erede di nobiltà per aristocrazia di discendenza, porto nel sangue una voce altera che or sì or no si fa sentire e si impone.
Ma vivo del mio lavoro, e amo tanto gli umili, che portano il loro granello di sabbia all'edificio che sento la forza di, costruire. E quello che mi danno è oro: io lo valuto e lo faccio loro sentire. Aristocratica o democratica?
Al giovane sconosciuto che, una sera, alla porta di casa mia, mi chiede denaro per continuare gli studi, dono con larghezza; per sostenere un principio, una idea, dono; per riverenza a un nome dono, come donano i signori. E non mi curo se, per il possesso di un oggetto che appaga il mio senso estetico la somma è considerevole; non ristò per il godimento che mi dà un'artista dal vuotare per una sera il borsellino. Ma se posso risparmiare il francobollo a una lettera, lo faccio volentieri; ma se all'albergo mi avanza una zolletta di zucchero, me la ripongo, per una possibile necessità, lieta del risparmio. Generosa o tirchia?
Chi mi conosce da vicino, ride.

Per diventare maestra

Il palcoscenico, la mia passione; la Pezzana, la Marini, la Duse i miei modelli. Fra i libri preferiti: «La piccola Ristori» e l'allora famosa Gemma Cuniberti...
Sognavo il teatro ogni sera, e rimanevo triste se passava senza quella gioia per me!
Con tale fermento nello spirito, studiavo per diventare maestra: mia madre lo voleva. Quante volte in quel tempo le mie notti passavano ascoltando prima i dibattiti fra padre e madre intorno alla mia vocazione, e ripensando, poi, alle parole udite e ricercando una via d'uscita!
A scuola seguivo attenta le lezioni, che, fatte bene, mi attiravano. Pensavo: Un'artista deve essere colta. Ma la Pezzana era il mio tormento.
Mi dicevo: «Ci può essere qualcosa di più inutile della pedagogia?». Per non annoiarmi mortalmente guardavo fisso il professore, iI quale girava lo sguardo nell'aula per designare la scolara che avrebbe dovuto leggere le pagine del «Vecchia», del «Compayré», del «De Dominicis». li mio sguardo influiva, ed ero sempre la prescelta; e leggevo, leggevo per un'ora quanto il professore ripeteva poi in altra forma, convinto di averci, così, convinte.
Che peso! Non istudiavo mai a memoria, chè ritenevo quanto udivo in iscuola.
E venne il giorno di raccogliere il frutto dello studio: l'esame di patente.
«Oh! se fossi bocciata!» pensavo: non era forse in questo la soluzione del mio destino? Ma no! Ebbi la patente.
Lo spirito mio era in battaglia, chè vedevo avvicinarsi, inesorabile, la morte del mio ideale.
Ed ecco il concorso per entrare nelle scuole del Comune di Milano. Devo concorrere. Riesco! Ho la nomina!
Festa in famiglia.
«E' finita!» mi dissi io. «Sono condannata!»
E come una condannata ai lavori forzati in vita, entrai nelle Scuole del Comune di Milano.

Primi anni di carriera

SOPRANNUMERO. - Soprannumero nella scuola che già vide la mia fanciullezza irrequieta, ed ora insofferente della vita monotona della «vecchia scuola».
Ogni giorno mi attendevano pacchi di composizioni da correggere: composizioni di maniera, ove chiunque avrebbe potuto sostituire le proprie idee e la propria forma di espressione.
Un giorno, nel quale l'opera mia era attesa successivamente da tre insegnanti - ricordo! - e che già mi aveva inoculato il tedio insopportabile della così detta
«correzione dei compiti» mi sento dire dalla terza maestra che mi accoglie: «Signorina, ecco composizioni da correggere».
«Dio mio, che zuppa!» esclamo; e la maestra, in tono irritato e deciso: «Se non si ha voglia di adempiere il proprio dovere, si sta a casa». lo chiudo il boccetto dell'inchiostro rosso, appena aperto, poso la penna che mi tenevo tra le mani, mi alzo e mi dirigo all'uscita.
«Che cosa fa adesso?». «Vado a casa mia!» ed esco. Passo in direzione: «Signora Direttrice, vado a casa perché non ho voglia di corregger compiti tutto il giorno!». E lei, buona: «Ma io le dovrò dare una nota di biasimo! Resti, resti a scuola!».
«No: mi dia la nota che crede, ma la mia noia supera ogni altro mio sentimento».
E vado.
Quella direttrice a fine d'anno, mi dona una sua poesia musicata, con la dedica: «A una tosa cara e capriziosa».

Titolare

(Nella scuola di via Pietro Custodi, fuori di Porta Ludovica).

Ho una prima classe. Amo subito la scolaresca ingenua e vivace, e mi sento meno infelice. Ricordo una bimbetta paurosa e timida che, sul predellino alto davanti alla lavagna, rimaneva appiccicata ad essa anche col viso, tanto era il suo sgomento di trovarsi su quell'alto predellino, e non c'era mezzo di ottenere nè un segno sulla lavagna, nè una parola di risposta.
Ed ecco il rimedio da me escogitato:
Mi faccio dare dal bidello una scala a pioli; porto la mia scolaresca nel cortile alberato della scuola, e faccio vedere ai bimbi come si appoggia una scala a piuoli a un albero per potervi salire. Salgo io la prima,e ne discendo per mostrare che non è pericolo alcuno in quell'esercizio.
Invito quindi i bimbi a salire ad uno ad uno su quella scala, come ho fatto io. Chi ride, chi batte le manine per la gioia, chi vuol essere il primo. E tutti riescono a salire. La Rosetta, ultima, si porta ai piedi della scala e si appoggia tutta alle sue sbarre: alza un piedino e subito lo riappoggia al sicuro sul terreno: prova ad alzare l'altro piede, e trema tutta. lo, d'improvviso, la prendo per la vita, la sollevo e la poso su un piolo a metà circa della scala. Stretta alla sbarra, tutta abbandonata sui piuoli, volta a fatica il viso verso di me, e : «Maestra brutta, maestra cont i ociaì» grida con stizza. Ma la Rosetta, per la fine dell'anno, mediante esercizi vari, era diventata coraggiosa.

La relazione che la Direttrice fece di me in quel primo anno diceva:
«Maestra intelligente, ma molto strana».

Più tardi

Sono comandata in una scuola al centro della città. Aumenta di anno in anno il mio interesse per la scolaresca; faccio però sempre la scuola a modo mio.
E i miei scolari cantano, e facevo cantare già allora, con stupore della direttrice, I' «Inno a Trento» Introdussi il teatro nella scuola ed io recitai coi miei scolari a favore di quel Patronato. Introdussi il lavoro vario nella scuola, e creai allora i miei «cartelloni a serie» per guidare gli scolari nel raccontare un fatto.
L'ispettore scolastico di allora mi fece avere dal Ministero un attestato di benemerenza e un premio in denaro (L. 30) «per avere introdotto a sue spese il lavoro manuale».
Pubblicai il mio Sillabario e il Programma didattico particolareggiato che già avevo svolto nelle prime quattro classi elementari. Quel modesto opuscolo é ancora oggi ricercato dai colleghi: oggi, che vive la Rinnovata e che è viva la riforma Gentile. perché là già viveva il pensiero didattico di oggi.
Nel settembre del 1911 ricevo la seguente lettera dal Comune di Milano:
«L'avverto che la S. V. è trasferita per il corrente anno scolastico 1911-12 nella Scuola Rinnovata della Ghisolfa, ove impartirà l'insegnamento».
Questo è il documento col quale il Comune dì Milano ha affermato la vita di quella scuola che proprio io fondavo nel 1911. Tuttavia sentivo che bastava perché mi mettessi all'opera.
Ma rifacciamoci un bel passo indietro:

Vocazione

Che vuol dire «seguire la propria vocazione»?
Può questo l'uomo nella vita?
Mia vocazione era l'arte drammatica o l'arte didattica?
Era l'arte e la volontà vittoriosa di mia madre seppe incanalare verso la scuola la mia vocazione per l'arte, ed ecco che io volli l'arte nella scuola, e, nella scuola, mi sentii artista.
La Rinnovata, che oggi fiorisce al sole dell'amore e dell'arte, è il monumento alla mia fatica. A mia madre ogni benedizione.

Isolamento

La madre buona e severa, la madre vigile, la madre guida del mio spirito, non è più.
In casa ogni ritratto è morte. Le vite familiari che ancora mi stanno intorno, tenere per la vita l'una dell’altra, hanno però ciascuna un proprio centro, ed io assai spesso, mi sento sola, e con la solitudine sento intristire lo spirito, stanco, e pur sempre spaventosamente irrequieto. Ma è misericordia di Dio! Si va alla fine, e «l'alma ignuda e sola convien ch'arrivi a quel dubbioso calle».

CAPITOLO Il

Scene tragicomiche del mio apostolato

Alla ricerca di adesioni e di denaro.

Da molti si pensa che io sia stata una delle poche fortunate persone, le quali riescono, per il fatto che trovano una strada fiorita al loro cammino.
Vorrei che altri facesse quello che ho fatto io, e più. Sappiano però questi altri «di che lagrime grondi e di che sangue» la strada della mia vittoria; sappiano tutti, anche quelli che stanno a vedere con risolino sarcastico per quale fatica sono passata.
Avevo idea chiara e volontà forte, ma non potevo pensare di rinunciare al mio posto in Comune per dedicarmi al mio ideale. Sapevo anche che, se mi fossi presentata ai miei superiori, dicendo il mio sogno di capovolgere il metodo in uso nelle scuole elementari, mi sarei molto probabilmente sentita rispondere : «Faccia il suo dovere e non sogni tanto! Stia, stia quieta per carità!».
Troppo ardito appariva allora il mio sogno! Pensai che saggio era presentarsi alle Autorità scolastiche, agguerrita di appoggi sicuri e di fondi. Fra i miei amici (ne avevo allora meno di oggi, ma allora avevo anche meno nemici) riuscii a formare un Comitato promotore per l'attuazione del mio sogno didattico; ed ebbi subito con me personalità non dubbie e uomini di fede e di scienza : il senatore prof. Giovanni Celoria, astronomo e il direttore della specola di Brera in Milano; il prof. comm. Eugenio Medea, neurologo insigne; il dott. prof. Zaccaria Treves, noto.psicologo; il prof. Temistocle Calzecchi, scienziato chiarissimo, cui l'Italia deve l'invenzione del Coerer, che rese possibile a Marconi le sorprendenti sue invenzioni; l'avvocato Angelo Mauri, a suo tempo Ministro per l'Agricoltura; lo scienziato comm. prof. Oreste Murani.
Con questi insigní va ricordato anche un umile, intelligentissimo tipografo: Angelo Marcolli, che si appassionò alla mia iniziativa e mise la sua tipografia gratuitamente al nostro servizio. La signora Linda Volpi Bassani Silvestri, che si mise a capo del 1°Gruppo Patronesse della Scuola che stava per sorgere.

Intuii subito la difficoltà grande di raccogliere fondi prima di avere qualcosa di tangibile da mostrare ai generosi, che non mancano mai in Milano. Pure ci voleva una somma che permettesse le prime spese, senza nulla chiedere al Comune, il quale, certamente, avrebbe con un deciso «no!» stroncata ogni iniziativa ed ogni speranza.
Per avere tempo di raccogliere fondi, rinunciai agli allora così detti «insegnamenti facoltativi» nella scuola dove insegnavo, con scapito non indifferente del mio interesse personale.
E così iniziai la mia giornata nuova, che doveva riuscire a dar vita alla «Scuola Rinnovata» di Milano.
Ed ora ecco un saggio delle stazioni della mia «Via Crucis»

Da un grande industriale

«Sono indirizzata a Lei da questo suo amico», e gli presento una carta da visita.
«Oh! bene! di che si tratta?».
«Ho in animo di esperimentare il rinnovamento scolastico quale io vagheggio».
«C'è chi l'appoggia?».
«Oh, sì» e gli enumero le personalità del Comitato.
«Bene, bene! Un momento o l'altro pubblicherà anche l'aiuto che le do io, è vero? Questo è per me un mezzo di réclame». E mi promette mille lire.

Da altro grande industriale

All'usciere: «Vorrei parlare col signor B.».
«Sta facendosi radere la barba, ma passi pure!».
L'industriale: «Perdoni, sa! Possiamo parlare lo stesso, dica!».
«lo penso da tempo a rinnovare la scuola: al metodo informativo intendo sostituire il metodo dell'esperienza personale del ragazzo...».
«Sempre innovazioni! Eppure Dante ha studiato coi vecchi sistemi!... Ahi! mi taglia la pelle!... C'è chi l'appoggia?». Gli leggo i nomi dei componenti il Comitato, e aggiungo: «Mi aiutano finanziariamente anche il prof. Zaccaria Treves, il comm. Paravia, Marco De Marchi, Ercole Marelli, e ora l'industriale A.».
«Firmerò anch'io... cinquanta lire! Quanto ha dato l'amico A.? (E legge la lista dei sottoscrittori). Mille!... Dirà che sono uno spilorcio!... Non importa: io do cinquanta lire! Sono troppi, creda, questi rinnovamenti! La scuola all'aperto, la scuola Montessori, ed ora la scuola Rinnovata!...».

Da un ricchissimo signore

Perché non batter cassa dal «Bue d'oro?». Chiamavo così un giovane signore, sposato a una ricchissima vecchia. Mi presento: passo di sala in sala e mi fermo in uno studio tutt'oro e stucchi e preziosità.
«In che cosa la posso servire?».
lo parlo con calore: «Desidero che Ella si faccia sostenitore della mia idea». E la espongo.
Egli approva, loda, si compiace: ed io spero. Entra in quel momento la moglie, ed egli la mette al corrente della cosa, aggiungendo di suo un vero panegirico sul mio ardimento, sull'utilità dell'iniziativa... ecc. ecc.
E la signora, con aria sostenuta: «Guarda, Carlo, che ghè là el sellee».
«Sta bene; ma ora desidero che anche tu senta dalla signorina».
«Che là el sellee! Va!...».
Egli, levandosi da sedere con visibile imbarazzo: «Sì, vado! ma il sellaio avrebbe potuto aspettare alcun poco!...». E va.
Lei a me: «I danee in me, la capiss? E a le, per sti rob chi ghi doo no, ecco!».
Mi sento schiaffeggiata e mi alzo di scatto: «Si tenga i suoi denari e anche le sue villanie!»
Rientra lui: intuisce la situazione e mi accompagna alla porta. «Perdoni, sa? è fatta cosi! Perdoni!».
Esco e: «Ben ti sta! io penso: tu, giovane, hai sposato i soldi. Non senti che te li butta in viso? E resisti?».
Sì! ha resistito!».

***

Con un biglietto del prof. Medea mi presento al comm. Marco De Marchi, alla cui memoria penso sempre con infinita gratitudine.
Mi ascolta assai benevolmente e mi fa poi pervenire cinquemila lire; le prime che mi giungevano e che mi diedero l'illusione della vittoria. Era dunque possibile aver denaro? Ottimo Marco De Marchi, col tuo aiuto largo e pronto mi hai centuplicate le energie!

***

Nell'anticamera dello studio di un noto industriale chiedo al portiere di essere introdotta dal comm. F.
«Ah, no, signora! Non è giornata buona!».
«Perché?».
Egli ride e ripete: «No, no!».E se ne va.
Attraversa l'anticamera un giovane impiegato; mi guarda, ed io: «Vorrei parlare al comm. F.». «Si rivolga al portiere!».
«Non vuole! mi introduca lei, per favore!».
«Io?! Ah, no!». E sguscia via.
Ritorna il portiere: «L'è chi ancamò lee?...».
«Già! ho bisogno di parlare al comm. F.: mi annunci».
«Mi no!». E torna a squagliarsi.
Senz'altro entro nello studio del Commendatore F. Fra due file di scrivanie, tutte occupate, una grande a metà è quella del commendatore il quale sta scrivendo come scrivono tutti i suoi impiegati, che, però, mi sbirciano. Mi accosto alla scrivania centrale e attendo che il Commendatore alzi il capo.
Dopo qualche minuto arrischio un: «Signor Commendatore, mi può ascoltare?». Silenzio!...
Gli impiegati mi sbirciano.
«Signor Commendatore, ho bisogno di parlarle: posso?».
Silenzio! Lui cocciuto, ma io cocciuta più di lui, me ne sto ritta davanti alla scrivania, e attendo.
Di colpo: «Ancora qui, lei? Se ne vada!».
«Volevo interessarla a un esperimento che io ho proposto a un gruppo di intellettuali, e siccome Ella è nota quale...».
«Basta! basta! Se ne vada!».
Senza dargli retta gli espongo in poche parole la mia idea, poi taccio, ed egli continua a scrivere.
Di colpo mi guarda, e mi urla: «Se ne vada! Di queste cose non mi occupo! Le racconti a mio nipote!».
«E dove trovo suo nipote?».
«In Transilvania!» e si rimette a scrivere.
«Dovrei andare in Transilvania?l».
Gli impiegati ridono silenziosi: le loro spalle lo dicono.
Uscii come un cane battuto.

***

Penso di andare da un signore notoriamente ricchissimo. La cameriera mi apre, parla sommessa e cammina leggera. Mi introduce in un salone ove tutti i mobili sono coperti di tela bianca; e, leggera e silenziosa, se ne va ad annunciare la mia visita.
Subito avverto un passo leggero che si avvicina, ed eccomi alla presenza di uno strano signore, che mi domanda con voce quasi afona: «Chi è lei? Che cosa vuole da me?».
Io incomincio la solita tiritera, e aggiungo: «Mi permetta di chiedere anche a lei un aiuto morale e finanziario».
Mentre parlavo, il signore si era fatto severo in viso, e, stranamente, si accarezzava le ginocchia e giù giù fino ai piedi, per ritornare da capo alle ginocchia. E finalmente: «Come va considerata l'opera sua?».
«Opera educativa!».
«Badi bene: io al lunedì aiuto le opere d'arte; al martedì le opere religiose; al mercoledì le opere assistenziali; al giovedì le opere' letterarie; al venerdì le opere di redenzione e al sabato le opere sociali. Ella mi dica in quale categoria può stare la sua iniziativa; perché se sì tratta di opera d'arte ella deve presentarsi al mio segretario il lunedì; se d'opera religiosa, il martedì; se d'opere assistenziali il mercoledì; se d'opere letterarie il giovedì; se d'opere di redenzione il venerdì; se d'opere sociali. il sabato. Avete capito?».
«Vede? la mia istituzione tocca tutti i punti, che ella enumera... non è possibile restringerla in una sola delle classi da lei enunciate!.'. Mi aiuti, via! Stia sicuro che i suoi denari saranno bene spesi!».
«No, noi non posso! Ci pensi e scelga il giorno giusto, e si presenti al mio segretario: un obolo ci potrà essere anche per l’opera sua; di più no! Iddio non vuole!». E mi congedò.
Quanto tempo e quanto fiato spesi inutilmente! Già, inutilmente, perché capii due cose: 1° che quel signore era un po' strano; 2° che avrei perso altro tempo per ottenere, magari, dieci lire! E non ritornai alla carica.

***

Mi recai dall'allora presidente dei «dopo-scuola» per ottenere asciugamani e sapone, dato che la mia scuola aveva un orario che conglobava quello della solita scuola e quello del dopo-scuola.
«Troppi, sa, cercano aiuto! E poi io non mi interesso di scuola!». Ed io: «Non è Ella il presidente del dopo-scuola?».
«Ah, si! Ma fa tutto la signora C.».
Non ebbi alcun aiuto!

***

«Non trascuri il comm. M. che può molto e dona con larghezza: ha stanza all'albergo Continentale».
Gli scrivo, e la risposta è pronta. «L'aspetto mercoledì alle 10». Felice, mi metto nel mio massimo lusso, e sono puntuale all'appuntamento.
Mi viene incontro il Commendatore.
«Posso parlarle? Sono la persona alla quale Ella ha dato appuntamento».
Il Commendatore mi squadra; capisco che fa le sue riflessioni sulla mia persona, e,dice asciutto: «Che cosa vuole da me?».
«La sua adesione e, naturalmente, il suo appoggio finanziario per il trionfo dell'opera alla quale lavoro», e sintetizzo il mio desiderio.
Egli mi guarda ancora, e mi risponde: «Tutto ciò non mi interessa assolutamente».
Ho capito dal tono e dallo sguardo che io non lo interessavo affatto, e allora, come sempre faccio allorquando mi sento offesa, risposi: «Oh, lo sapevo bene che ella si interessa soltanto di cavalli e di ballerine! Mi perdoni». Esco, nè lui mi richiama. Quel giorno arrivo a scuola tardi. A fine mese mi trovo segnata la tardanza con la motivazione: «Tardanza per motivi personali».

***

Nel 1907 mi recai in Isvizzera con l'amica mia prof. Maria Levi, che molto bene conosceva la lingua tedesca, per visitare qualcuna delle allora così dette «Les Ecole en plaine aire». Mi pareva un sogno che nessuno ancora avesse avuto la mia stessa idea sul rinnovamento delle scuole. Fra le varie città ci fermammo a Múlhausen, ove i produttori del cotone D. M. C.. avevano donato un castello e un parco per una scuola all'aperto.
Trovai parecchio a ridire, per cui, ritornata in Italia, chiesi di riferirne alla Scuola Superiore di Magistero, che allora frequentavo presso la nostra R. Accademia. Mi fu concesso, e a quella mia esposizione invitai il R. Ispettore Scolastico del tempo, il quale domandò poi al mio Professore di Pedagogia dell'Accademia, se io non fossi un poco squilibrata. E si capisce! Descritta quella Waldschulen, che teneva i ragazzi all'aperto quasi tutto il giorno, ma che faceva scuola col metodo dei cartelloni di vecchia maniera, (ricordo il cartellone rappresentante una enorme margherita stinta dal tempo, mentre nei prati del parco le fresche margherite erano una festa per lo spirito!). lo espressi il convincimento di poter fare molto meglio capovolgendo il metodo di far scuola, allora in uso. Il mio squilibrio cominciava a dar segni evidenti! Tuttavia il Professore di Psicologia sperimentale della R. Accademia, udita la mia famosa lezione, e letto poi sui giornali il nome dei componenti il primo gruppo di aderenti alla mia idea di creare in Italia una scuola nuova, basata sulla riforma sostanziale del metodo d'insegnamento, incontratomi un giorno, mi espresse il suo disappunto per non essere stato da me informato, e mi clonò subito mille lire, a prova del suo vivo interessamento.

Da allora il prof. Zaccaria Treves divenne membro competente e attivissimo del nostro Comitato.

Alla ricerca del locale

Il ragionier Cesare Finoli, propretario di parecchi appezzamenti di terreno alle porte della vecchia Milano (ora incluso nella cinta daziaria) ci offerse un ampio terreno che, a quel tempo, pareva in capo al mondo, tanto è vero che non vi giungeva ancora il tram. Ce lo avrebbe ceduto per sei anni di prova.
Il nostro Presidente, senatore Giovanni Celoria, non trovò conveniente di accettare la pure generosa offerta, perché i «sei anni» ci avrebbero costretti poi a sloggiare, e così a interrompere un esperimento che si presentava interessante, e che, diceva lui, si sarebbe potuto un giorno tramutare in organismo modello.
Fece poi considerare che bisognava pure pensare a una costruzione, la quale sarebbe diventata, per diritto, di proprietà del ragionier Finoli, e noi ci saremmo trovati di dover ricominciare daccapo.
Pensai che si sarebbe potuto mettere sul terreno Finoli una baracca di legno, certa che poi, riuscito l'esperimento, il Comune di Milano ci avrebbe dato stanza sicura. Mia sorella, come me, maestra comunale, parla della mia idea a sue colleghe, una delle quali le dà un biglietto di raccomandazione e dice: «Mio fratello è specializzato in baracche di legno, e forse gliene può prestare una gratuitamente per tre anni,di prova».
Con quel talismano mi reco dal fratello costruttore.
«Desidero parlare col signor B.».
«Per un affare?».
lo penso: affare?! Per lui, veramente, no; per me, si. E rispondo: «Si, un affare speciale!».
Ecco il signor B. : un vecchietto che mi guarda da sopra gli occhiali. Legge il biglietto che gli porgo, e, irato, grida: «Dica a mia sorella che se non ha che affari di questo genere da propormi, perda la strada! Le dica che se vuol dare dei soldi, li dia, e non metta le mani in tasca mia: ha capito? e se ne vada!».
«Veramente sua sorella non è stata precisa: noi del Comitato non chiediamo nulla di gratis; sono venuta da lei, certa che, per sua sorella, mi avrebbe fatto un preventivo onesto».
L'ira si mutò in calma sorridente, e: «AhI se è così, possiamo trattare!».
Ed io: «No, Signorel Ora me ne vado io, perché non voglio nulla da lei!». Gli volto le spalle ed esco alquanto offesa ed eccitata.
Sotto l'atrio del portone d'ingresso esclamo senza volerlo: «Brutto villano!».
Un giovane garzone, che entra in quel momento, mi chiede: «Chi? Mii?»
«Che cosa c'entra lei!...» rispondo, e me ne vado.
Addio, dunque, per allora, terreno e locale per iniziare il mio esperimento!
Sul terreno Finoli ora sorge il Verziere di Milano.

***

Nelle vacanze autunnali del 1910 mi presento con l'amica mia dal R. Commissario Prefettizio, allora reggente il Comune di Milano, per concretare la scelta del locale
E i fondi?
Ero riuscita a raccogliere sedicimila lire, e mi sentivo forte di aderenti e di denaro.
Il Comune, nella persona del R. Commissario, ci ascolta, si interessa e si mostra favorevole all'iniziativa, tanto che ci dice: «Se volete introdurre il lavoro della terra, avrete bisogno di una scuola alla periferia di Milano. Vi occorre un terreno vago, ove l'erba sia cresciuta, si direbbe, abbandonata da Dio e dagli uomini». E ci propose un terreno in località detta «La Ghisolfa» non lontana dalla famosa «La Simonetta» e sulla strada della Bovisa. Subito ci annunciò che ci avrebbe concesso l'uso di un padiglione Docker, e soggiunse: «Provino a chiedere ospitalità ad uno dei direttori di scuola alla periferia della città, perché, oltre al campo agricolo, vi occorrerà campo di gioco e un giardino... Quando avrete trovato il direttore disposto ad ospitarvi, fatemelo sapere».
Chiese poi a me: «E... quali sono, precisamente, i suoi principi?».
lo non avevo mai pensato di assurgere ai principi; mi guidava il desiderio potente di far scuola come pareva a me, senza pastoie di sorta. Mi ricordo che allora guardai, stupita, l'amica e le domandai: «Quali sono i miei principi?». Ella rise; rise il R. Commissario, ed io risposi: «Capovolgere il modo di far scuola».
Si era a giugno. Io, stanchissima, avrei dovuto seguire la famiglia in villeggiatura, dato che la buona mamma pensava più alla salute mia che non alla mia scuola nuova. L'amica mi fa questa proposta: «Tu vai; io, che resto in città, andrò in cerca della scuola. E ci pareva di aver vinto già una battaglia. lo partii e la carissima amica se ne andò sotto il solleone or qua, or là alle varie scuole della periferia. «Un esperimento. didattico? Dio me ne salvi e liberi! No, no; non voglio grattacapi!» dice il direttore.
E un altro: «Cara la mia signorina, non mi interessa affatto quanto mi dice!».
E un terzo: «Avrei sempre la scuola in subbuglio! No, no, signora!».
E un quarto: «La mia scuola diventerebbe la meta di curiosi colti e non colti!... No, no! Che baraonda!».
E così, o presso a poco, la povera mia amica si senti dare delle risposte che la annientavano, perché tanto in contrasto con il calore che ella metteva nella ricerca, e con la speranza di riuscire.
Finalmente però un direttore di buona memoria, il signor Felice Cottino, direttore di una baracca in muratura alla Ghisolfa, rispose con un luminoso sorriso: «Ma sì» disse, «m'interessa l'esperimento di cui mi parlai E qui avrei il locale ove ospitarla. C'è un docker che ha due grandi stanze e un corridoio. E’ vuoto perché nessun maestro ci vuol entrare. Se loro volessero occuparlo...».
«E perché nessun maestro vuole entrare in quel docker?» insinuò la mia amica.
«Eh! perché è troppo caldo d'estate e troppo freddo d'inverno».
«Lo dirò alla Pizzigoni, che verrà a vederlo, e le daremo una risposta nel più breve tempo possibile».

Il docker

Io lascio la villeggiatura; faccio un sopraluogo e mi riserbo di parlarne con il tecnico del nostro Comitato: l'ingegnere Erminio Valverti.
Vidi subito la soluzione del problema, e ringraziai molto il direttore, che mi ripetè fra l'altro: «A me interessano questi esperimenti!».
Parte della mia scuola, quella che bastava a due classi, c'era, ed ero autorizzata ad entrarvi. Col docker promessomi dal Commissario avrei avuto una stanza-refettorio, e una cucina con servizi. Il docker avrebbe dovuto erigersi su di un terreno assai prossimo alla scuola.
L'ingegnere Valverti, d'accordo col Presidente del mio Consiglio, Senatore Giovanni Celoria, d'accordo col Comune, trovò il terreno per le esercitazioni di agricoltura, facendosi cedere il docker promessoci dal Commissario. Il docker aveva anche il riparto «Gabinetti di decenza», lavatoi e un largo corridoio per la ricreazione nei giorni di pioggia.
La questione del freddo d'inverno e del caldo eccessivo d'estate fu subito risolta dallo stesso ing. Valverti, il quale disse: «Per l'inverno metteremo potenti stufe, e per l'estate farò un piccolo impianto per il quale si avrà una pioggerella continua sui due spioventi del tetto: pioggerella che ci terrà fresco il locale e che potrete fermare con una chiavetta, quando non ne avrete bisogno».
Visto poi il locale e il terreno libero annesso, il Presidente fece regolare domanda al Comune di iniziare l'esperimento Pizzigoni in quella località e l'ottenne.
Avremmo aperto subito due sezioni di classe 1a; avremmo fatto i lavatoi e i gabinetti per il nostro reparto nel corridoio annesso al docker, e a ciò provvide l'ing. Valverti.
Ci facemmo dare l'altro docker promessoci, che impiantammo in continuità del primo; li facemmo verniciare a nuovo; impiantammo due grosse stufe a legna e, al riaprirsi della stagione primaverile, l'ing. Valverti rese possibile di vivere in quell'ambiente durante l'estate, provvedendo i dockers di un impianto di doccia continua sui tetti, che mantenne nei dockers una temperatura mite.
lo ero però preoccupata per la vita in gran parte all'aperto che avrei fatto fare agli scolari. Ricorsi ai Fratelli Ingegnoli (grandi fioricultori di Milano) e mi feci donare quanto fu possibile e che mi era necessario; chiamai il giardiniere Sala (mio conoscente) ad aiutare, e tracciai, sempre con l'aiuto di Valverti, un bel campo di gioco e di sport, e un campo per le esercitazioni agricole; impiantai un apiario, un pollaio, molti alberi, che dessero la conoscenza ai ragazzi della vegetazione d'Italia. Riservai un posto abbastanza ampio, ove feci erigere tre chioschi: due piccoli, coperti di rampicanti e dotati di panchine mobili e di tavole infisse nel terreno, per lezioni all’aperto, e un chiosco centrale assai ampio, per esercitazioni varie e per la colazione all'aperto. Nello stesso magnifico capannone verde facevo poi portare le sedie e sdraio (tante quanti erano i ragazzi e i maestri di classe) per il riposo all'aperto in luogo verde e aereato. Cosà ebbi il locale igienico sopra ogni altro per la vita di scuola.
Al Padiglione tutto nostro volli che i ragazzi issassero a turno, giornalmente, la Bandiera, che poi veniva salutata da tutti gli scolari allorché si recavano al giardino per i lavori agricoli, e ammainata ogni sera dagli stessi scolari, mentre a me giungeva sovente qualche sasso o pezzo di legno nella schiena da parte di qualche genitore che non tollerava quell'atto di omaggio.
Al completo arredamento dei dockers provvide il mio Comitato, e cioè: allestì due aule con l'arredamento che, ancora oggi accolgono: tavolini individuali con seggioline staccate, pure, naturalmente individuali; casellari lungo le pareti delle due aule, nei quali ogni scolaro ha il posto ove riporre la sua cancelleria e i suoi lavori, e la decorazione dell'aula: la prima che si vedesse nelle scuole di Milano, e che fu da me affidata a un artista. Ciò nel 1910.
Il Comune concesse le lavagne, le cattedre e gli armadi per i maestri.
E quando i docker ove erano le classi ebbero bisogno di verniciatura, i ragazzi più grandi li rimisero a nuovo.
Quando poi le due prime classi del 1911 diventarono due classi seconde, chiesi ed ottenni due altri dockers, finchè dopo qualche anno venne l'ordine dal Comune che tutte le classi della Ghisolfa dovevano procedere col metodo della Rinnovata; e allora noi si entrò ad occupare il locale scolastico della Ghisolfa: un locale baracca a un solo piano, con palestra aperta e con un direttore, colui che mi aveva sopportata, ma che, vedendo la nostra invadenza, chiese il cambio di scuola, ed io rimasi la maestra della mia classe, fino alla sesta e la dirigente di tutto... senza compenso alcuno, se non contassi il compenso morale, che, per me, forse e senza forse un po’ troppo idealista, bastava a rendermi soddisfatta. Allora subito rinnovai il materiale delle aule della Ghisolfa; le rinnovai mettendo nelle aule anche la decorazione, e chiedendo al Comune l'arredamento nuovo in sostituzione dei banchi a due e a tre posti, come allora trovai in uso.
Ricordo che l'Assessore per l'istruzione ordinò all'Economato municipale di fare quanto io chiedevo per l'arredamento: tavolini-banchi, sedioline di varia altezza armadietti lungo le pareti, in uso agli scolari per riporvi libri, lavori fatti od altro. Ricordo che il Capo dell'Economato al quale mi rivolsi per intenderci sul da farsi, mi investì con queste confortanti parole: «Ma che cosa le salta in mente di far fare i tavolini individuali e le seggioline! Fra un paio d'anni tutto questo materiale sarà cacciato certamente nei solai!». Ed io a lui: «Ella faccia l'Economo e provveda quanto le ha ordinato il Comune; io faccio la scuola mia!».
E così ebbi diciotto aule.
Male - da una parte - perché si chiamarono «rinnovate» anche le classi che non erano rinnovate se non nel materiale scolastico! E male. perché il direttore della scuola, che pure ammirava il mio modo «artistico» di far lezione, e si stupiva dei risultati dei miei scolari, non credeva possibile che il mio sistema di scuolala potesse servire a qualcosa.
La guerra non era però soltanto là, alla Ghisolfa fra me e l'economo municipale. Il direttore, che, come ho detto, ammirava il metodo della mia scuola, tardava però a farsi mio alleato: gli doleva che le altre classi rion fossero messe coi sistema delle mie classi; e infatti il momento fu critico assai. Avevo contro oltre l'Economo, l'Assessore e il Segretario del Comune, e, con loro, tutti o quasi i maestri.
L'economato faceva un mondo di restrizioni per la fornitura del materiale scolastico. Ricordo, a questo riguardo, una frase scritta in risposta alla mia richiesta di carta assorbente : «Si riduca la carta assorbente!». Ed io ne avevo bisogno parecchia, perché mi serviva anche per fare essiccare fiori, foglie, pianticine seminate e curate dagli scolari, o raccolte dalla flora alpina e marina, perché i ragazzi si facessero un ricco erbario, come ricordo dei posti visitati e della flora conosciuta.
Ero riuscita ad aprire, in tre anni successivi, due classi prime, due seconde miste e due terze (una maschile e una femminile), ed ero tanto sodisfatta del risultato del metodo da me introdotto (che non è poi se non il metodo dell'esperienza personale del ragazzo) che pensai di invitare il segretario del Comune e i colleghi di Milano per una dimostrazione pratica di quanto riuscivo ad ottenere con l’applicazione del metodo della esperienza personale del ragazzo.
Vennero. lo parlai, ma suNto mi accorsi che il pubblico mi era ostile. A un tratto il segretario comunale domanda la parola e... «Ella non intende di erigersi a ministro della pubblica istruzione?» mi dice, e, a queste parole risponde un ben nutrito applauso da parte dei maestri convenuti. lo mi irrigidisco, e rispondo: «Se voi prendete la cosa per questo verso, smetto di parlare e vi saluto!». E uscii dall'aula col cuore gonfio di dolore.
Ma non vale soffermarsi troppo su ricordi che ancora mi turbano! Certo è che, ancora oggi, dubito molto che tutti i maestri mi siano amici, e, invitati a sentire i risultati dell'applicazione del mio metodo nella scuola, essi brillano per la loro assenza.'

Agosto 1925
(IN BAITA, A 1000 METRI)

Anima! mentre il corpo riposa, disteso in abbandono, tu guardi il cielo: ti senti avvolta nella tristezza dell'ora vespertina; ascolti il sussurro del vento che si leva alla montagna; odi il tintinnar dei campanacci degli armenti, e le voci gravi e le voci acute di mucche, di capre, di pecore, di galline. Odi la solita voce rude della montanara, addolcita stranamente e inaspettatamente per il richiamo delle bestie al chiuso. E le cicale stridono, e il cuculo lontano grida monotono e triste. A te parlano le cose, nelle cose è Dio, e Dio parla alto e severo:
«Anima, oggi tu ami questa divina voce, e quelle voci che in tua giovinezza non avevano per te alcun fascino. Allora tu cercavi gli umani: ora, istintivamente li fuggi, ora che cerchi le piante, le bestie, il silenzio! Come mai?
Fra allora e oggi sta tutta la tua vita, e, finalmente, sei stanca!».
«Grazie, o Dio, per tanta stanchezza!»

CAPITOLO III

I

Il programma d'insegnamento

Per ottenere appoggi morali e denaro avevo anche formulato uno schema di Programma della nuova scuola, il quale mi serviva per la spiegazione del mio pensiero nelle sue linee fondamentali. Quello specchio comprensivo delle mie idee bastò per ottenere l'approvazione del R. Commissario straordinario Bonardi allora nominato per il Comune di Milano. Esso era così concepito :

Statuto: (vedere lo statuto della Scuola Rinnovata).

Detto «Statuto» approvato anche dall'allora Ministro dell'istruzione S. E. Credano con la lettera qui riprodotta, mi fu la traccia del Programma d'insegnamento, per meglio dire, della vita che avrei fatto fare agli scolari nelle varie successive annate. Programma che, dopo la prova di sei anni, ho pubblicato integralmente sotto il titolo: «Linee fondamentali e programmi delle prime sei classi elementari».


Lettera di S. E. il Ministro Credano:

17 novembre 1910.

Gentile Signora,

Ho letto lo Statuto da Lei compilato per la «Scuola Elementare secondo il metodo sperimentale» che il Comitato di cui Ella fa parte si propone di istituire, e non esito ad esprimerle il mio consenso nei concetti fondamentali a cui lo Statuto stesso si informa.

L'esperimento della Scuola all'aperto, quando sia fatto con tutte le debite cautele, non potrà non riuscire del maggior interesse per quanti hanno a cuore la salute dei fanciulli e giustamente si preoccupano dell'arresto di sviluppo fisico a cui molti di essi sono condannati in certe scuole.
Non posso non approvare che nella 1a classe l'insegnamento della lettura e della scrittura sia sostituito dalla osservazione spontanea o provocata dal maestro,delle cosecui l'alunno è circondato. Parimenti approvo, senza riserve, l'orario della scuola, ispirato al concetto di rendere quest'ultima, come effettivamente deve essere, continuazione e integrazione della famiglia, mezzo potente di allargamento e di estensione. dei sentimenti di simpatia e di solidarietà oltre i confini al lettuosi, ma troppo angusti, della vita famigliare... è bene che l'esperimento s'inizi, nulla vietando di mutare, in seguito, quando occorra, le condizioni e le circostanze di esso. Per parte mia ne attendo con fiducia i risultati, riservandomi di esaminare, alla stregua di questi, se e quanto sia il caso di mutare o correggere nei programmi e negli ordinamenti della nostra scuola.

Credano.

II

L' orario

Durante le vacanze autunnali del 1910-11 io, in villeggiatura a Laino d'Intelvi, pensai all'orario.
Già avevo deciso di prolungare l'allora vigente orario scolastico e di portarlo nei limiti massimi; dalle 9 alle 17, perché imparare attraverso il metodo dell'esperienza personale, che porta a risultati magni, esige tempo adeguato. In questo quadro fondamentale designai il posto per ogni materia d'insegnamento.
E qui è doveroso ricordare l'aiuto preziosissimo che mi diede Zaccaria Treves, allora professore di Psicologia sperimentale alla R. Accademia di Milano, e residente nel tempo delle mie vacanze a Laino, a Claino d'Intelvi, villaggetto sul pendio per Osteno. La compilazione basilare della distribuzione degli insegnamenti nelle diverse ore di scuola ci occupò per parecchie sedute, nello spazio dell'agosto. L'orario è dunque di tale importanza per la vita della scuola, che giustifica il mio sdegno allorquando lo vedo alterato da una maestra, che non si è mai sognata di pensarci tanto sopra.

10 dicembre 1937

Mi viene annunciato un grande spettacolo cinematografico, che dà il Comune di Milano. Si avrà così la dimostrazione di quello che sono al giorno d'oggi, le scuole elementari milanesi. Lo spettacolo è gratuito, e riservato alle autorità milanesi e ai maestri.
lo, naturalmente, non sono tra gli invitati: non sono un'autorità e non sono più in servizio. Non è invitata la Presidenza dell'Opera Pizzigoni. E’ forse un'autorità, Ad ogni modo è un'entità trascurabile! E, come tale, fu infatti trascurata.
Forse per tutte queste ragioni... negative io ho desiderio di assistere alla cinematografia, tanto più che quanto riguarda la «Scuola Rinnovata», costituisce un film che l'Opera Pizzigoni ha fatto preparare a sue spese. Ed eccomi al Cinema Odeon.
il film gira; io osservo e penso. Osservo che la Scuola milanese ha fatto un gran passo avanti da quando io ero maestra e mi rendo conto di quanto la Scuola milanese debba a me e ai soci della mia «Opera». Lascio dunque l'Odeon con un intimo profondo senso di soddisfazione interiore, velato però da una tristezza grande, che annebbia il mio spirito.
Ho visto che quanto era giudicato pazzesco nel 1907 è diventato realtà nel 1937; che quanto è costato a me di sacrificio anche pecuniario, oggi è diventato diritto della Scuola, perché è dovere del Comune.
Intima gioia mia il vedere che il tempo, sempre galantuomo, mi ha dato ragione, anche se i Superiori non me lo vogliono riconoscere, e tacciono davanti al fatto concreto. E - non è stato il fascismo - il motore della ricostruzione della scuola nei riguardi del metodo: il metodo che ha portato nella scuola la partecipazione diretta e viva dello scolaro; che ha instaurato nella scuola le lezioni all'aperto, il lavoro della terra, il nuoto, le cure igieniche del medico e degli specialisti; il lavoro vario manuale, che prelude' al lavoro di officina; i viaggi di istruzione, le Colonie urbane e tutto quanto oggi si fa, se non ancora in tutte le scuole, in qualcuna delle nuove scuole; il metodo, dico, che ha rinnovato la scuola nella sua essenza è stato introdotto la prima volta da me, con l'appoggio morale e finanziario, non già del Comune di Milano, che mi negò, a suo tempo, la piscina, che mi negò il riordino del terreno vago intorno alla scuola, che mi troncò la frase in bocca allorquando volli dire ai colleghi il mio pensiero, con una frase che non dimenticherò mai, ma con l'appoggio morale e finanziario del gruppo di persone studiose e autorevoli che mi sorressero nel 1907, e che resero possibile l'attuazione della scuola da me vagheggiata.
Il R. Ispettore Capo comm. Alberici, assistendo a una mia lezione ai maestri, e propriamente alla lezione dal tema «Scuola Nazionale», ebbe a dire agli ascoltatori: «La Pizzigoni ha oggi dimostrato di aver precorso i tempi»,
Oggi però alla rivista cinematografica della Scuola Milanese, i quadri proiettati riguardanti la mia «Rinnovata» hanno dimostrato che molto più si curano le scuole che sorgono nuove sul modello della Rinnovata, che non la Rinnovata stessa, la quale si presenta sempre umile e... proletaria, mentre le altre sembrano, e forse Io sono, scuole di signori.
E finalmente mi sono domandata: «E se le scuole milanesi oggi sono realmente così, come mai bimbe che conosco e che frequentano scuole che vanno per la maggiore, non hanno mai visto una palestra, non sono mai state in giardino? E come mai ancora si possono nelle prime classi delle scuole nostre dare esercizi pari a questo: Disegna la Caravella di Cristoforo Colombo? Eh! Eterno è il proverbio: «Fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare!».

Oggi, anno 1946, ho il piacere di dire ai Colleghi che la Scuola Rinnovata vive e funziona; e funzionerà meglio quando, sanate le grandi piaghe e superate le tristi eredità della guerra, il Paese porrà come problema fondamentale alla sua rinascita l'educazione dei figli del Popolo, nella forma completa attuata dalla Scuola della Ghisolfa.


Testo integrale dell'edizione, uscita nel 1946, a cura dell'Ufficio di Propaganda dell'Opera Pizzigoni (una sorta di "ufficio stampa" ante litteram: anche in questo Giuseppina Pizzigoni precorse i tempi).

I.C. Rinnovata Pizzigoni

il film "La mia scuola"

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