RIFORMA, INNOVAZIONE E SPERIMENTAZIONE: IL MODELLO DI GIUSEPPINA PIZZIGONI

“L’applicazione del metodo sperimentale non si circoscrive a una lezione, ma tutte le penetra e le collega per l’infinita rete di riferimenti coi quali un fatto è allacciato a molti altri, cosicché i veri poteri mentali sono esercitati simultaneamente in una ginnastica tanto piacevole quanto fruttuosa”

G.Pizzigoni, La scuola Rinnovata secondo il Metodo Sperimentale - Conferenza alla Croce Rossa, 1921

Franco Frabboni - Università di Bologna

1. Ambiente e scuola: due sullo stesso tandem

Giuseppina Pizzigoni nutre ampiamente il proprio sistema pedagogico di idealismo froebeliano e di romanticismo pestalozziano. Peraltro, la sua adesione teorica a questi nuclei dottrinari avviene senza slittare mai su confuse linee di eclettismo interpretativo o su gerarchizzazioni qualitative delle due dottrine presso cui andava mutuando i propri assunti epistemologici. I tratti idealistici e spiritualistici che fanno da sfondo alla sua scenografia pedagogico-didattica  non si pietrificano mai in soluzioni assertorie o dogmatiche. Tutt’altro.

Da Froebel, la Pizzigoni mutua  il concetto di gioco come esperienza integrale, come forma peculiare di conoscenza e di comunicazione dell’infanzia, di adattamento alla realtà e di reinvenzione creativa della stessa. In questa prospettiva, la Pizzigoni rileva come l’involucro del gioco infantile si fosse irrimediabilmente corrotto nelle scuole del tempo: dove si alternavano fasi di acuto lassismo e permissivismo anarcoide e fasi di gioco rinchiuse in pratiche iper-regolamentate, mutilate di ogni slancio immaginativo e creativo.

Da Pestalozzi, la Pizzigoni pesca a più riprese lo spirito  romantico. In particolare, fa sua sia la tesi secondo cui sono le attività dello “spirito” sono rivolte a  ricercare e a scoprire la realtà, facendosi ricche e forti di un’esperienza per propria natura interiore e personale, sia il concetto di “natura” inteso come vissuto creaturale: non interpretato in chiave cosmico‑metafisica (come per gli idealisti) oppure  in termini meramente “fisico-psicologici” (come per i positivisti), quanto piuttosto teorizzato come vita effettuale, integrazione dialettica di esperienza materiale e spirituale: che - per l’infanzia - trova nell’ambito della famiglia e nel profilo della madre pensosa pestalozziana i punti naturali di progettazione educativa.

La consapevolezza che non sono la realtà esterna e l’azione da fuori a modificare lo spirito (giacché più e prima dei contenuti c’è “spirito”) spingono la Pizzigoni  ad una pungente critica nei confronti di una scuola che stava tradendo i valori pedagogici del messaggio “spiritualistico” con quelli di uno squallido pedantismo e nozionismo cognitivo.

La Pizzigoni  abbatte lo scolasticismo e l’autoritarismo intellettualistico del suo tempo facendo entrare nella scuola elementare la  semplicità dell’ambiente naturale e una la diffusa affettività volta a far sì che le dinamiche relazionali perdessero ogni convenzionalità e ogni forzatura artificiosa per assumere il timbro della genuinità, della concretezza e della socievolezza.L’ambiente naturale, sociale e famigliare sono i centri-propulsori del complesso mondo dell’infanzia.
Per questo, la scuola dovrebbe assumere strutture e contenuti di conoscenza molto vicini alla cultura antropologica e sociale del contesto di vita dell’allievo. Una scuola capace di  svestirsi, quindi, della proprie convenzioni e ritualismi: il banco, il silenzio, l’alzare la mano, il ripetere a comando; e, a orario, l’alzarsi, il sedersi, l’andare al gabinetto e il mangiare.

2. Tra  relazione e  comunicazione

Secondo la Pizzigoni la scuola va  disseminata di un clima affettivo cosparso di dense cifre di felicità‑gioia‑emozione, nonché di toni diffusi di serenità e di pace.
Un ambiente “pacificato” (antiautoritario e non-repressivo) concorre positivamente, anche, alla piena dilatazione della sfera creativa: intesa come spazio personale di libera trascrizione - tramite i linguaggi espressivi - delle motivazioni, dei sentimenti, dei problemi, delle idee che l’infanzia quotidianamente registra e accumula nel suo ambiente di vita quotidiana.

2.1 La sfera relazionale

La Pizzigoni disegna una scenografia scolastica corredata della stessa atmosfera relazionale e degli stessi modelli culturali che aleggiano nella comunità di vita dell’allievo: a partire dal suo  focolare domestico. Il tutto allo scopo di assicurare all’infanzia un vissuto esistenziale continuo e integrale, e non spezzato e parcellizzato in “microtempi” scolastici scollati e persino contrapposti tra loro.

E’ dunque la temperatura affettiva prodotta e capitalizzata dentro la scuola ad interessare la nostra pedagogista, che  giudica la globalità, la concretezza, la semplicità e la genuinità delle esperienze extrascolastiche ingredienti fondamentali per uno sviluppo integrale della personalità infantile, bisognosa di ripercorrere, nei circuiti della scuola, quell’universo di sollecitazioni e di provocazioni affettive e creative che lievitano in famiglia e nella comunità sociale di appartenenza.

La Pizzigoni raccomanda nei primi giorni di scuola un clima di classe permissivo, sereno, fortemente puerocentrico, con un sobrio uso dei divieti e dell’intervento adulto.Inoltre, per attenuare ulteriormente i formalismi sociali e le restrizioni motorie proprie della vita di classe, suggerisce di portare frequentemente gli allievi  negli spazi all'aperto (giardini, cortili, parchi): utili per rasserenare e liquidare eventuali stati di ipertensione accumulati negli asfittici circuiti interni della scuola.

Questo principio di alternanza tra attività di classe e attività di interclasse (possibilmente all’aperto), questo “pendolo” metodologico che rintocca di tante esperienze educative in ambienti attraenti e motivanti ‑ ricolmi di conoscenze dirette, manipolabili, fresche di giornata ‑ arricchiscono e qualificano i percorsi formativi della scuola di elevati coefficienti di attivismo e di creatività didattica, oltre che promuovere un ampio coinvolgimento dei bambini nelle attività concrete della comunità scolastica.

2.2 La sfera comunicativa

La matrice froebeliana del pensiero pizzigoniano (alimentato dal personalismo spiritualistico) lascia un’impronta indelebile sulla sua architettura didattica: che si qualifica per la sua insistente ricerca della comunicazione-espressione-creatività nell’esperienza quotidiana dell’infanzia. I linguaggi comunicativo-espressivi della sua didattica sono quelli abitualmente praticati nella vita di tutti i  giorni : la gestualità e la mimica corporea, il canto, il lavoro manuale, le attività grafiche. Non trovano risonanza, nel suo campionario, le forme didattiche più elaborate e strutturate, che richiedono materiali e strumenti “specialistici” scarsamente presenti nella vita domestica del bambino.Le  rotaie “espressive” primarie sono certamente l’ambito grafico-pittorico e l’ambito musicale.Il primo, pesca copiosamente i propri stimoli più fecondi dal principio della creatività infantile. Peraltro, l’attività grafica non resta chiusa in ambiti individuali, su piccoli riquadri di carta, con l’uso di un ridotto repertorio di materiali grafici.

Spesso la dimensione grafica azzarda il disegno-pittura di gruppo, su grandi fogli, con l’uso di  materiali policromatici.Il secondo ambito (musicale) è valorizzato nella teoria pizzigoniana per le sue molteplici potenzialità pedagogiche, in quanto forma di vita estetica e generatore di educazione spirituale.L’esperienza musicale principale è il  canto. In questo contesto educativo è opportuno il suo richiamo  al “ritmo” quale dispositivo  di ricerca-scoperta didattica durante le uscite nell’ambiente circostante: il campo del contadino, la bottega dell’artigiano, il negozio del commerciante fanno rullare suoni-rumori che possono essere facilmente riprodotti, in forma ludica, fissandone le cadenze ritmiche più ripetute.I due ambiti citati (grafico-pittorico e musicale) intendono porre il bambino e la bambina in un ambiente gioioso cosparso di  esperienze gratificanti. Soltanto così sui tetti della scuola di Giuseppina Pizzigoni potrà sventolare una bandiera colorata di serenità e di gioia di vivere.

3. Sette perle didattiche

Per riassumere, ci sembrano sette le perle didattiche che brillano sul collo della Pizzigoni.

(a) Prima perla.  Il concetto di scuola sperimentale.
Francesco  De Bartolomeis, nel suo saggio critico sulla Pizzigoni, ha messo lucidamente a fuoco il concetto di scuola sperimentale della nostra pedagogista. Anche noi pensiamo che il modello sperimentale della sua scuola abbia due elementi molto positivi: da una parte, la capacità di mettere  in relazione la teoria e la prassi, con il positivo risultato che la pedagogia non è più vista come teoria e la didattica come prassi, ma entrambe sono riannodate nella realtà dialettica che nasce nella quotidiana vita della scuola; dall’altra parte, la scuola sperimentale va intesa come scuola del curricolo: come progetto intenzionale e non come scuola del Caso.

(b) Seconda perla.  Il concetto di esperienza.
In questo principio didattico si fondono, secondo la Pizzigoni, il concetto di bisogni espliciti e impliciti del bambino che lo rendono “attivo” perché si sente ascoltato e riconosciuto nel processo educativo.Questo implica che i percorsi dell’apprendimento non siano costretti né in situazioni di anticipo, né di ritardo cognitivo.

(c) Terza perla. Il concetto di territorio.
Secondo la Pizzigoni, il processo educativo deve partire dal basso, dal territorio di vita dell’allievo: per poi prendere il volo per approdare su spiagge nazionali ed europee. La nostra,  è un convinta europeista ante litteram.

(d) Quarta  perla. L’idea di  scuola all’aperto.
Questo modello didattico porta la Pizzigoni ad argomentare l’enorme  valore educativo che assume il concetto di osservazione. Bersagliati come siamo dalla cultura mediatica, oggi non siamo  più in grado di cogliere la distanza esistente tra l’oggetto osservato e il soggetto che ne assume coscienza. In una scuola all’aperto, amica dell’ambiente, l’osservazione torna ad essere al centro dell’apprendimento.

(e) Quinta  perla. Il primato dell’ambito scientifico.
La Pizzigoni annoda insieme il mondo scientifico con il concetto di natura. Per questo, le sue idee didattiche si rifanno largamente a Leonardo da Vinci e a Galileo Galilei, dai quali mutua a piene mani la pratica - a scuola - dell’osservazione, della sperimentazione e del lavoro. Questo permette il recupero di quello spirito di ricerca e di curiosità verso il mondo che conduce direttamente dentro i “saperi” delle scienze chimiche, fisiche, naturali.

(f) Sesta  perla. La dialettica conoscenza-relazione.
Appare fondamentale, tra i richiami didattici della Pizzigoni, quello fra istruzione ed educazione, tra alfabetizzazione e dimensione affettivo-emozionale. Questo, l’appello vibrante rivolto agli  insegnanti: occorre voltare pagina. E assegnare al plesso scolastico il compito cancellare ogni traccia di incomunicabilità e di silenzio, spesso generatrice di un clima  autoritario e direttivo. Il che è possibile se la comunicazione è valorizzata quale punto di incontro di una ricca trama di vissuti socioaffettivi (occasione di aggregazione-disaggregazione-riaggregazione di piccoli, medi e grandi gruppi) ed etico-valoriali (occasione per vivere esperienze dirette di amicizia, responsabilità, disponibilità, collaborazione, impegno, cooperazione).

(g) Settima  perla. L’educazione estetica.
La  Pizzigoni considera nevralgica l’educazione estetica. Questa, intesa non come capacità di produrre “arte”, ma come educazione alla sensibilità artistica, come  capacità di cogliere gli aspetti fenomenici (i colori, le forme, le tessiture, et al.) della realtà e di rifiutare ciò che non è bello.
L’educazione all’arte è strettamente legata all’educazione all’ambiente e all’educazione morale.
Chiudiamo queste righe con un significativo “brano” della Pizzigoni  che dà il senso di come sapeva  ricomporre tutti gli aspetti del processo educativo facendoli dialogare tra di loro.

“E’ inutile nasconderlo, la scuola oggi non è un ambiente consono al bambino: la mania dell’istruzione copre ogni altra voce reclamante. La sola istruzione non prepara alla vita. La scuola odierna è fatta in gran parte di parole e non è per niente esercitativa, tende a livellare le menti, invece di sviluppare le singole energie. Si tiene come separata dalla vita e lascia inerte l’attività fattiva dello scolaro. Vale a dire, quell’attività che saggiamente produce in lui il più legittimo compiacimento innamorandolo del lavoro e della scuola. Là dove non c’è cooperazione diretta dello scolaro non ci può essere educazione, né della mente, né della mano, mentre applicando il metodo sperimentale e  il metodo di esperienza nel lavoro, l’istruzione condurrà con sé l’educazione".

Franco Frabboni,
docente di Pedagogia Generale e Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna.
[Intervento al Simposio tenuto il 19 ottobre 2002 in Rinnovata]

 

I.C. Rinnovata Pizzigoni

il film "La mia scuola"

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